{"id":316,"date":"2016-06-01T16:59:50","date_gmt":"2016-06-01T16:59:50","guid":{"rendered":"http:\/\/mariopiersantelli.it\/mp\/?p=316"},"modified":"2016-06-01T16:59:50","modified_gmt":"2016-06-01T16:59:50","slug":"native-o-esotiche-un-dibattito-ampio-e-spesso-inutile-2","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/mariopiersantelli.it\/mp\/native-o-esotiche-un-dibattito-ampio-e-spesso-inutile-2\/","title":{"rendered":"Native o esotiche? Un dibattito ampio e spesso inutile"},"content":{"rendered":"<p>Da Georgofili INFO<\/p>\n<p>01 giugno 2016<br \/>\n\t\t\t\t\t\t\t\t\tdi Francesco Ferrini<\/p>\n<p>Il dibattito sulla scelta fra specie esotiche e specie native \u00e8 sempre piuttosto acceso ma, spesso, risulta eccessivamente semplificato (nativo \u201cbuono\u201d, esotico \u201ccattivo\u201d) e, soprattutto, non sorretto da evidenze scientifiche. Questo vale in particolare per il verde nelle aree urbane. Il concetto di nativo stricto sensu in un ambiente alieno quale quello delle nostre citt\u00e0 appare inadeguato, per cui risulta opportuno cercare di conciliare posizioni controverse e di avere un approccio oggettivo e razionale anzich\u00e9 soggettivo, empatico ed emozionale come invece spesso accade.<br \/>\nOccorre precisare, innanzitutto, il significato di esotico. Nel nostro senso comune percepiamo tale vocabolo associandolo a paesi tropicali ed equatoriali quando, in realt\u00e0, dal punto vista etimologico la parola deriva dal greco: exotikos, derivato a sua volta da exo, fuori, e va quindi riferita a qualsiasi cosa che proviene o che \u00e8 importata da altre regioni, non necessariamente calde e\/o equatoriali.<br \/>\n\u00c8 indubbio che la diversit\u00e0 urbana richiede un approccio differente poich\u00e9 l\u2019ambiente urbano \u00e8 spesso molto eterogeneo. L\u2019immagine mentale legata all\u2019aggettivo urbano ci porta a identificare tale l\u2019ambiente come quello dove la componente \u201ccostruito\u201d \u00e8 prevalente rispetto alle altre. Tuttavia, \u00e8 urbano il Parco Sempione a Milano, realizzato a fine 1800 su terreni agricoli, ma posto in centro citt\u00e0, cos\u00ec come lo sono il Parco delle Cascine a Firenze (originariamente come tenuta agricola di propriet\u00e0 di Cosimo I de&#8217; Medici) o Villa Borghese a Roma, ambienti nei quali le limitazioni alla crescita delle piante sono poche e sicuramente di gran lunga inferiori a quelle che si trovano nel viale posto a poche decine di metri da essi.<br \/>\nMolte citt\u00e0 comprendono anche ecosistemi residui che derivano da paesaggi naturali o paesaggi rurali tradizionali inglobati nel tessuto urbano. Altri spazi verdi sono stati creati dall\u2019uomo nel corso dei secoli, alcuni emergono come nuovi ecosistemi in siti ex industriali (es. Ruhr, Parco del Portello a Milano, Parc Andr\u00e9-Citro\u00ebn a Parigi, ecc.). L&#8217;adozione di una sola strategia generale per tutti gli habitat urbani \u00e8 quindi irragionevole, indipendentemente che si \u00a0parli di \u201cusare solo native\u201d o di \u201cle esotiche sono migliori\u201d.<br \/>\nMa allora le esotiche sono migliori o peggiori? La risposta giusta dipende quasi sempre dal contesto. La Robinia pseudoacacia, specie nordamericana altamente invasiva rappresenta un classico esempio. \u00c8 noto che tende a sostituire, soprattutto nelle scarpate stradali o nelle aree marginali e in quelle urbane dismesse, le specie autoctone. Eppure la robinia \u00e8 anche un albero urbano di grande valore, ben adattato ai cambiamenti climatici, rustico, con una bella fioritura e in grado di ospitare una buona biodiversit\u00e0 animale. Altre specie invasive come l\u2019eucalipto possono, invece, disturbare le relazioni ecologiche tra le specie che si sono co-evolute nel corso dei millenni ed \u00e8 il motivo si dovrebbe evitare di piantare l&#8217;eucalipto soprattutto laddove esso ha potenziale invasivo (es. Italia meridionale e zone costiere dell\u2019Italia centrale) e sostituirlo con piante autoctone come querce e altre specie dell\u2019areale Mediterraneo che sostengono pi\u00f9 la biodiversit\u00e0 di ogni altro paesaggio.<br \/>\nRiguardo alle aree urbane solo nel caso in cui gli impatti negativi sulle specie native o sugli habitat naturali siano evidenti, le specie esotiche (in questo caso invasive) devono essere gestite e limitate (tuttavia la loro gestione \u00e8 spesso altamente costosa e, come l&#8217;esperienza di molti progetti di gestione mostra, spesso non efficace). Altrimenti, nei casi in cui non ci siano specie native adatte a un particolare contesto e in cui \u00e8 accertata la non invasivit\u00e0 di una specie, \u00e8 possibile, talvolta addirittura auspicabile, mettere a dimora specie esotiche. Esse sono accettate come parte della continua evoluzione degli ecosistemi e tale differenziazione permette agli ecosistemi stessi di evolvere e consente di risparmiare risorse.<br \/>\nPer chiarire alcuni dei concetti espressi \u00e8 forse utile un esempio. L\u2019ontano nero ha una diffusione molto ampia in Europa, ma si trova quasi solo sul bordo di fiumi e laghi e anche lungo i tratti urbani dei fiumi nelle nostre citt\u00e0. Ma questo \u00e8 un ambiente totalmente diverso da quello che possiamo trovare a soli 100-200 metri di distanza dal fiume in una piazza assolata della stessa citt\u00e0. In una situazione del genere \u00e8 chiaro che l\u2019ontano non potrebbe sopravvivere, mentre alcune specie esotiche, come ad esempio la Gleditsia triacanthos (Originaria del Nord America, introdotta in Europa nel secolo XVII e in Italia nel 1712, a scopo ornamentale e per il consolidamento dei terreni), risultano molto pi\u00f9 adatte. La gleditsia (ovviamente utilizzando le cultivar senza spine e anche sterili) ha un rapido ritmo di crescita e tollera avverse condizioni ambientali, come l&#8217;inquinamento atmosferico, la siccit\u00e0 estiva, i freddi invernali, gli spazi di crescita limitati e anche l\u2019accumulo di sale. Allora perch\u00e9 non utilizzarla?<br \/>\nSi creano cos\u00ec nuovi ecosistemi, si stabiliscono nuove connessioni tra le specie autoctone ed esotiche. Come suddetto le specie esotiche sono spesso prevalenti negli ecosistemi urbani nuovi e sono alla base di una gamma di servizi ecosistemici. \u00c8 quindi ragionevole integrare specie non native nelle nuove infrastrutture verdi, soprattutto laddove le specie autoctone non funzionano per creare un mix di specie native e non native. Le nuove \u201caree naturali\u201d dominate da specie non native sono state integrate con successo in una serie di parchi europei con buoni risultati.<br \/>\nPer concludere sia le specie native che le esotiche sono componenti inscindibili degli ecosistemi urbani. Esse si ritrovano in combinazioni che si formano in risposta ai mutevoli ambienti urbani. Entrambi i gruppi di specie forniscono i servizi ecosistemici dei quali abbiamo bisogno. \u00c8 vero, le specie non native possono essere una minaccia per la biodiversit\u00e0 autoctona, ma questo \u00e8 spesso strettamente dipendente dal contesto. \u00c8 necessario analizzare le diverse situazioni locali prima di agire essendo sempre pronti \u00a0a migliorare la biodiversit\u00e0 urbana, bilanciando i rischi e le opportunit\u00e0 delle singole specie nei singoli casi, sia per le specie native, sia per le esotiche. Differenziazione invece di semplificazione \u00e8 la strategia pi\u00f9 efficace per migliorare la biodiversit\u00e0 urbana in un mondo che cambia.<\/p>\n<p>Da: ABOUTPLANTS, 2\/05\/2016<\/p>\n<p>Native or exotic? A wide and often useless debate<br \/>\nThe debate on the choice between exotic and native species has always been rather heated but often excessively simplified (native \u201cgood\u201d, exotic \u201cbad\u201d). Above all, it is not supported by scientific evidence. This is in particular true for the parks and gardens in urban areas. Both native and exotic species are inseparable components of urban ecosystems. They are found in combinations that adjust to the various urban environments. Both species groups supply the ecosystem services we need. Non-native species may endanger the indigenous biodiversity, but this often depends very much on the context. It is necessary to analyze the diverse local situations before taking action, being ready to improve urban biodiversity, weighing the risks and opportunities of the single species in the single cases, both for native as well as for exotic species. Differentiation instead of simplification is the most effective strategy for improving urban biodiversity in a changing world.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da Georgofili INFO 01 giugno 2016 di Francesco Ferrini Il dibattito sulla scelta fra specie esotiche e specie native \u00e8 sempre piuttosto acceso ma, spesso, risulta eccessivamente semplificato (nativo \u201cbuono\u201d, esotico \u201ccattivo\u201d) e, soprattutto, non sorretto da evidenze scientifiche. Questo vale in particolare per il verde nelle aree urbane. 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